Si tratta di un documento un po’ datato (marzo 2007), ma sicuramente rigoroso e decisamente attuale.

Come vedrete analizza l’andamento della spesa  per la scuola negli anni dal 1990 al 2005.

Buona lettura e non angustiatevi troppo!

FONTE: TUTTOSCUOLA

 

Da 16 anni l’istruzione conta sempre meno nelle priorità dell’Italia

E’ grave non capire la correlazione tra scuola e performance economica di un Paese“.

Lo ha detto in questi giorni il presidente del Consiglio Romano Prodi. Eppure sembra proprio l’errore in cui è incorsa l’Italia negli ultimi 16 anni (almeno), durante i quali il tasso di crescita della spesa per l’istruzione (+73%) è stato inferiore a quello della spesa pubblica totale (+84%). E nettamente più basso riguardo ad altri settori (Difesa +111%, Sanità +122%, Protezione sociale +127%).

Se la spesa per scuola e formazione fosse cresciuta in questo arco di tempo secondo la media della spesa pubblica totale, oggi ci sarebbero oltre 4 miliardi di euro di risorse aggiuntive per l’istruzione ogni anno.

 

I dati, rielaborati da Tuttoscuola, si ricavano da uno studio dell’Istat, che nelle sequenze numeriche di sedici anni di spesa pubblica (dal 1990 al 2005) ha fotografato i cambiamenti del nostro Paese. Con risultati in alcuni casi sorprendenti su come lo Stato spende i suoi soldi.

L’indagine statistica riporta in milioni di euro le spese sostenute dalle Amministrazione pubbliche per le principali funzioni (servizi generali, difesa, ordine pubblico, protezione dell’ambiente, istruzione, salute, protezione sociale, ecc.).

Dunque l’istruzione, che pure partiva in Italia da un grave deficit rispetto alle risorse ad essa destinate dai principali paesi, in questi anni ha perso terreno nelle scelte di investimento del nostro Paese.

Viene da fare una domanda: ma il Paese lo voleva? C’era questo nel mandato degli elettori delle tante votazioni politiche degli ultimi tre lustri?

tuttoscuola.com domenica 4 marzo 2007

 

SE CONTASSE COME PRIMA, OGGI SI INVESTIREBBERO IN ISTRUZIONE 4 MILIARDI IN PIÙ ALL’ANNO

Vediamo i dati più in dettaglio.

Dal 1990 al 2005 la spesa pubblica globale è passata da 373.503 milioni di euro a 687.291 (ovviamente l’aumento ha risentito anche dell’inflazione), con un incremento complessivo dell’84%.

La spesa per l’istruzione è cresciuta meno (i 38.355 milioni di euro del 1990 sono diventati 66.365 nel 2005), facendo registrare una crescita del 73% (minor aumento nella prima metà degli anni ’90, poi incrementi quasi al passo della spesa globale, senza però che l’istruzione recuperasse sulle spese complessive).

L’incidenza della spesa per l’istruzione sulla spesa pubblica totale si è così ridotta dal 10,3% del ’90 al 9,7% del 2005: -0,6%. Sembra poco, ma se si fosse mantenuta la percentuale di 16 anni fa, oggi si dedicherebbe all’istruzione ben 4,2 miliardi di euro in più all’anno (figurarsi se la si fosse aumentata, come tanti auspicavano, e come era affermato nei programmi elettorali di quasi tutte le forze politiche).

E con 4,2 miliardi di euro all’anno in più si potrebbero migliorare le strutture di tante scuole, promuovere iniziative di formazione e aggiornamento più ambiziose, magari per combattere meglio fenomeni dagli alti costi sociali come il bullismo o l’abbandono scolastico. E poi premiare significativamente gli operatori scolastici che danno qualcosa in più, e così via con altre misure che concorrerebbero a risollevare – almeno parzialmente – la scuola, che come ricorda il premier-professore Prodi, è decisiva anche per le sorti economiche dell’Italia.

E invece no, sembra proprio che da 16 anni l’istruzione non sia la tra le prime preoccupazioni del nostro Paese.

Per dare un’idea di quello che poteva significare mantenere invariata l’incidenza della spesa per l’istruzione sulla spesa pubblica totale, basti considerare che gli stanziamenti per il funzionamento didattico e amministrativo e i fondi per l’autonomia degli istituti scolastici sono passati dai 590 milioni di euro del 2001 ai 303 del 2006 (-49%). Una riduzione che ha messo in ginocchio le scuole, come raccontano le cronache di questi giorni. Ma che rappresenta solo una piccola quota di quei 4.200 milioni di euro “sottratti” all’istruzione a seguito delle scelte di politica economica, che l’hanno vista retrocedere nella scala delle priorità del Paese.

Spese delle Amministrazioni pubbliche (mln €) nel periodo 1990-2005 (per funzioni)

funzioni 1990 1993 1996 1999 2002 2005
Istruzione 38.355 44.073 48.341 52.467 59.855 66.365
variazione su 1990 14,9% 26,0% 36,8% 56,1% 73,0%
Sanità 43.822 51.236 54.753 63.728 81.853 97.067
variazione su 1990 16,9% 24,9% 45,4% 86,8% 121,5%
Difesa 10.682 12.362 11.868 13.511 17.195 22.507
variazione su 1990 15,7% 11,1% 26,5% 61,0% 110,7%
Protezione sociale 113.193 147.186 176.297 201.537 228.818 257.143
variazione su 1990 30,0% 55,7% 78,0% 102,1% 127,2%
Ordine pubblico/sicurezza 14.261 17.384 21.450 22.875 25.249 28.773
variazione su 1990 21,9% 50,4% 60,4% 77,1% 101,8%
Altre funzioni pubbliche 153.190 197.701 215.482 188.388 201.013 215.436
variazione su 1990 29,1% 40,7% 23,0% 31,2% 40,6%
Totale spese 373.503 469.942 528.191 542.506 613.983 687.291
variazione su 1990 25,8% 41,4% 45,2% 64,4% 84,0%

Elaborazione Tuttoscuola su dati Istat

 

Andamento di crescita delle spese delle Amministrazioni pubbliche: periodo 1990-2005 (per funzioni)

Funzioni 1990 1993 1996 1999 2002 2005
Istruzione 100 114,9 126,0 136,8 156,1 173,0
Sanità 100 116,9 124,9 145,4 186,8 221,5
Difesa 100 115,7 111,1 126,5 161,0 210,7
Protezione sociale 100 130,0 155,7 178,0 202,1 227,2
Ordine pubblico 100 121,9 150,4 160,4 177,1 201,8
Altre funzioni 100 129,1 140,7 123,0 131,2 140,6
Totale spese 100 125,8 141,4 145,2 164,4 184,0

Elaborazione Tuttoscuola su dati Istat

 

COME È CALATA L’INCIDENZA SUL PIL PER L’ISTRUZIONE DAL 1990 AL 2005

Nel 1990 le spese per le funzioni delle Amministrazioni pubbliche avevano un’incidenza sul PIL (Prodotto Interno Lordo) del 53,3%.

Dopo una tendenza alla crescita nei primi anni ’90, l’incidenza della spesa pubblica sul PIL è andata lentamente calando toccando il minimo storico nel 2000 con una incidenza del 46,2% e risalendo lentamente fino a raggiungere il 48,5% nel 2005.

Lo rileva in un apposito rapporto l’Istat.

Nei sedici anni l’incidenza è dunque diminuita di quasi 5 punti.

E gli investimenti per l’istruzione quanto hanno inciso sul PIL?

Nel 1990 l’incidenza della spesa per l’istruzione sul PIL è stata del 5,5%, un livello mai più eguagliato da sedici anni a questa parte.

L’incidenza è andata costantemente calando, passando sotto il 5% nel 1995 e scendendo fino al limite di incidenza minima nel 2004 (4,5%) per attestarsi nel 2005 al 4,7%.

In posizioni di incidenza stabile (0,8%) sono rimaste le spese pubbliche per le attività ricreative e culturali, mentre hanno avuto un incremento di incidenza sul PIL le spese per la protezione sociale (da 16,1% del 1990 a 18,1% del 2005) e quelle della sanità (da 6,2% a 6,8%).

C’è da dire che dell’intera spesa pubblica quella per l’istruzione rappresentava nel 1990 il 10,3%; dopo sedici anni rappresenta invece solo il 9,7%.

Per il nostro Paese la spesa per l’istruzione non è evidentemente considerata un investimento proficuo.

I COSTI DEL PERSONALE SUPERANO IL 92% DELLA SPESA PER L’ISTRUZIONE.

MOLTO MEGLIO DI 16 ANNI FA

Nel 1990 andarono a regime gli ultimi aumenti stipendiali per il contratto del personale scolastico siglato due anni prima, uno dei più “felici” contratti della scuola degli ultimi decenni.

Da quell’anno e per almeno un quinquennio la spesa per il personale rappresentò più del 98% della spesa complessiva per l’istruzione, come ben evidenzia la ricerca dell’Istat sulla spesa pubblica dal 1990 al 2005.

Tra il 1997 e il 1998, tra razionalizzazione degli organici e aumenti contrattuali contenuti, la spesa del personale scolastico scese bruscamente di quasi 6 punti percentuali.

Da allora l’incidenza della spesa per il personale è andata consolidandosi tra il 92% e il 93%.

L’ex ministro Moratti si era riproposto di ampliare la forbice tra spese di investimento e spese del personale per sostenere lo sviluppo del sistema-istruzione, ma le scarse risorse “fresche” messe a sua disposizione dalle leggi finanziarie non hanno prodotto l’effetto auspicato.

Come in altri momenti, le risorse sono venute dai cosiddetti risparmi di sistema (riduzione di spese).

Nel 2005 l’incidenza sul bilancio dei costi per il personale è stata del 92,18%.

Il mancato rinnovo del contratto, scaduto dal 31 dicembre 2005, servirà ad abbassare momentaneamente l’incidenza di spesa per il personale relativamente al 2006, ma nel 2007 dovrebbe nuovamente risalire.

Resta l’incognita delle nuove assunzioni in ruolo che, se effettuate nella misura e nei tempi programmati, potrebbero portare ad un sensibile decremento di spesa del personale, in quanto il differenziale di stipendio tra le migliaia di docenti collocati in pensione (livello di fine carriera) e le corrispondenti migliaia di neo-assunti (livello iniziale) dovrebbe avere un peso non da poco.

 

LO STATO CENTRALE SPENDE MENO IN ISTRUZIONE, MA LE AMMINISTRAZIONI LOCALI FANNO PEGGIO

Negli ultimi 16 anni in Italia il tasso di crescita della spesa per l’istruzione (+73%) è stato inferiore a quello della spesa pubblica totale (+84%). E nettamente più basso riguardo ad altri settori (Difesa +111%, Sanità +122%, Protezione sociale +127%).

Se la spesa per scuola e formazione fosse cresciuta in questo arco di tempo secondo la media della spesa pubblica totale, oggi ci sarebbero oltre 4 miliardi di euro di risorse aggiuntive per l’istruzione ogni anno.

Ricordate? E’ l’analisi presentata una settimana fa da Tuttoscuola su dati Istat, che nelle sequenze numeriche di sedici anni di spesa pubblica (dal 1990 al 2005) ha fotografato i cambiamenti del nostro Paese. L’analisi non è certo passata inosservata. Per il ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni “i dati di Tuttoscuola meritano un approfondimento e una riflessione. Tutti siamo consapevoli della necessità di razionalizzare la spesa evitando sprechi, un’operazione già avviata con la Finanziaria. Ma ora – ha aggiunto il ministro – è necessario affiancare a questo percorso quello di rilancio e investimento”.

I sindacati confederali hanno inserito i dati (sia pure attribuendo all’Istat alcune nostre analisi) nella lettera inviata il 5 marzo al presidente del Consiglio e ai ministri Fioroni, Padoa-Schioppa e Nicolais per annunciare l’avvio delle procedure per lo sciopero generale.

Tuttoscuola è in grado ora di approfondire i dati presentati la scorsa settimana. Scomponendo i numeri sulla spesa pubblica complessiva per soggetto di spesa (Amministrazioni centrali e Amministrazioni locali) saltano fuori dati inaspettati e forse ancora più preoccupanti.

Lo Stato centrale (Ministeri, etc) dedica all’istruzione lo 0,4% in meno delle proprie risorse (dal 10,82% del 1990 al 10,47% del 2005).

Le amministrazioni locali (Regioni, Province, Comuni) spendono in istruzione lo 0,9% in meno dei propri budget (dall’8,8% del 1990 al 7,9% del 2005), facendo quindi peggio dello Stato centrale. E questa non è una buona notizia per il sistema di istruzione, dal momento che in questi 16 anni c’è stata una complessiva redistribuzione di fondi dal centro alla periferia, per effetto della quale l’incidenza della spesa gestita dalle amministrazioni locali è passata dal 26,8 al 31,5% della spesa pubblica totale.

 

EFFETTO DECENTRAMENTO: PIÙ POTERI ALLE REGIONI E MENO SOLDI ALLE SCUOLE?

L’analisi dell’andamento della spesa pubblica per settore riserva dunque alcune sorprese. Le amministrazioni locali per effetto soprattutto della legge Bassanini (n. 59/1997), con la quale si amplia il decentramento amministrativo e si trasferiscono funzioni dallo Stato centrale agli enti territoriali, vedono incrementare notevolmente le risorse a disposizione (da 100 miliardi di euro del 90 ai 217 del 2005, +117%, con un’accelerazione dal ’97 in avanti).

Ma come le spendono? Quasi la metà nella sanità (44% nel 2005); affari economici e servizi generali assorbono insieme un altro 31%. All’istruzione resta il 7,9%, che indica un sensibile ridimensionamento nelle scelte di investimento di Regioni, Province e comuni, che nel ‘94 dedicavano a scuola e sistema formativo l’11,6% delle risorse a disposizione. Insomma le risorse drenate soprattutto dalla sanità (dal ’90 al 2005 la spesa degli enti territoriali per il sistema sanitario è aumentata del 123%, 6 punti sopra la media) hanno impoverito la scuola (la cui spesa è cresciuta del 96%, quindi 21 punti sotto la media). E i fondi degli enti territoriali rappresentano circa un quarto del bilancio complessivo dell’istruzione.

Gli enti locali, dunque, per scelta propria o per mancato trasferimento di fondi dello Stato, hanno investito sempre meno sull’istruzione, che non sembra essere tra le loro priorità.

Un segnale preoccupante, che deve destare attenzione negli amministratori locali in vista del nuovo contesto previsto dal Titolo V della Costituzione, che trasferisce alle autonomie locali poteri e responsabilità crescenti nel campo dell’istruzione. Ovviamente al trasferimento di competenze dovrà accompagnarsi il trasferimento di nuove risorse finanziarie, ma poi le scelte delle amministrazioni locali dovranno dimostrare un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni.

Colpisce in particolare che prima della riforma Bassanini le amministrazioni locali spendessero in istruzione l’11,1% delle proprie risorse (1996) e abbiano poi costantemente ridotto il proprio impegno nel settore fino al 7,9% del 2005 (un’incidenza inferiore di quasi il 30%). Nello stesso periodo lo Stato centrale ha solo parzialmente compensato aumentando il proprio impegno dall’8,5% della spesa pubblica gestita dalle amministrazioni centrali del ’96 al 10,1 del 2005. L’effetto complessivo è che l’incidenza della spesa per l’istruzione sulla spesa pubblica complessiva è passata dal 9,2 del ’96 al 9,7% del 2005, ancora lontana dal 10,3% del 1990.

 

IN 16 ANNI 58,5 MILIARDI “SOTTRATTI” ALL’ISTRUZIONE

Da anni nei programmi politici si afferma la centralità della scuola e la priorità della formazione, ma, come si sa, dal dire al fare…

Eppure, se… Con i “se” non si determinano fatti concreti, ma si possono valutare meglio i problemi.

Se l’incidenza di impegno di spesa per l’istruzione del 1990, pari al 10,3% dell’intero impegno finanziario pubblico fosse stata confermata, pari pari, in tutti i successivi esercizi finanziari, oggi la scuola si troverebbe in condizioni ben diverse da quelle poco positive che interessano ogni giorno le cronache sul nostro sistema di istruzione.

Nell’esaminare i dati Istat della spesa pubblica (centrale e territoriale) tra il 1990 e il 2005, Tuttoscuola rilevava la scorsa settimana come, a percentuale del 10,3% confermata anche nel 2005, questo avrebbe comportato una maggior entrata annuale di 4,2 miliardi di euro, spendibili in migliori retribuzioni, investimenti di risorse, strutture e servizi, arredi e dotazioni didattiche.

Se lo stesso calcolo virtuale di maggiori introiti legati alla conferma di quel 10,3% di investimenti per l’istruzione venisse applicato, anno dopo anno, agli esercizi finanziari successivi al 1990, la scuola avrebbe potuto disporre di cospicue entrate aggiuntive da investire in risorse per qualificare il servizio.

Dal 1990 al 2005, se fosse stato confermato ogni anno per l’istruzione quel 10,3% di impegni sulla intera spesa pubblica, il sistema di istruzione avrebbe infatti potuto disporre in questo arco di tempo di ben 58,5 miliardi di euro in più.

Se lo stesso computo venisse riservato al più recente periodo 2000-2005, che coincide con l’introduzione dell’autonomia scolastica, il sistema di istruzione avrebbe avuto a disposizione 22,4 miliardi di euro in più. Dati che impressionano.

Le situazioni di cassa delle istituzioni scolastiche sarebbero state indubbiamente più robuste e lo stesso bilancio del ministero avrebbe avuto meno sofferenze.

Più risorse, più qualità. Tutto virtuale, purtroppo.