… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese……(art. 3)


La scuola che vorremmo è lo spirito che anima e attraversa la nostra Costituzione. Senza appartenere a nessuno in particolare perché appartenne a tutti coloro che, pur di diverso orientamento ideale e politico, redassero la Carta. E ci restituirono la libertà. Ma nella consapevolezza che libertà e dignità restano un privilegio privato, di pochi, se a renderle concrete e perciò pubbliche, di tutti, non interviene un’idea forte e profondamente democratica del sapere come bene comune. Fu per questo che i nostri Padri costituenti introdussero specificamente come “compito della Repubblica” quello di mettere “effettivamente” tutti nella condizione di poterne usufruire. Tale richiamo all’effettività è un valore costante del dettato costituzionale. E tale dovrebbe essere il carattere della istruzione “pubblica e gratuita”, come espressamente è indicato nell’articolo 34.
Il valore compensativo del sapere come bene comune, finalizzato al “pieno sviluppo della persona umana” e alla “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, è oggi negato e contraddetto da una politica scolastica che ritiene che l’istruzione sia un costo, un ramo secco da tagliare, invece che un investimento da valorizzare e mettere a profitto, nell’interesse del sistema-Paese e delle future generazioni. Lo dicono anche le stime recentissime dell’OCSE, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, secondo le quali la mobilità sociale in Italia è pressoché nulla, a differenza dei Paesi nordici, che possono contare su di un sistema di istruzione più dotato di risorse economiche e quindi di maggiore qualità.
Dunque una politica scolastica come la nostra, fatta di tagli, presunti risparmi e contenimento indiscriminato di spesa, si traduce in un “costo”, questo sì, altissimo, in termini di mancata ricchezza economica e umana, in diseguaglianze sociali e sperequazioni che invece di ridursi nel tempo, come avrebbero voluto i nostri padri costituenti, vanno progressivamente rafforzandosi. E tutto ciò in un quadro   internazionale segnato da profonde trasformazioni tecnologiche e culturali che sempre più pongono la quota di conoscenza posseduta da ciascun paese come il vero terreno della attuale e futura competizione.
Noi, operatori e lavoratori della scuola a vario titolo, genitori, studenti, personale tecnico-amministrativo, dirigenti e docenti, chiediamo ai nostri concittadini, alle varie categorie e associazioni professionali e sindacali, che la scuola torni ad essere messa al centro di un progetto di sviluppo e innovazione, di progresso civile, sociale ed economico del nostro Paese. Perché l’investimento sul sapere diffuso, su questo bene comune prezioso come l’acqua e come l’aria, è l’unica garanzia effettiva di una crescita di tutti i fattori, sociali, psicologici, culturali, che possono ridurre le diverse aree di arretratezza, di degrado e di disagio.
Noi chiediamo più qualità e più efficienza per la nostra scuola e per questo vogliamo più laboratori, edifici scolastici migliori e più funzionali, aule meno affollate, per dar corso a quei processi di insegnamento-apprendimento individualizzati che soli possono correggere al ribasso la curva, oggi altissima, degli insuccessi scolastici e della dispersione. L’attuale Ministro dell’Istruzione che giustifica la politica contabile dei tagli rivendicando “rigore” e” meritocrazia” forse non sa, non avendo esperienza di scuola, che il presunto “rigore” ottenuto soltanto agendo sulla leva “disciplinare”, senza intervenire sulle condizioni sociali, economiche e culturali di partenza, si traduce in realtà in pratiche educative quasi sempre o discriminatorie o lassiste e permissive. E il merito non è messo mai, in tali condizioni di degrado, nella condizione di esprimersi. Per essere “effettivi” rigore e merito devono essere accompagnati da un forte investimento di risorse, economiche, umane e professionali. Altrimenti sono soltanto slogan propagandistici, cinici e retorici.
E nello stesso senso, rigore e merito pretendono una scuola più larga, più partecipata, più aperta al contributo di genitori e studenti e delle forze presenti sul territorio. In una parola essi sono obiettivi conseguibili solo in una scuola più dotata di strumenti per valutarli e più democratica, per renderli condivisi, e con ciò rafforzarne il valore educativo. Mentre l’attuale governo, con vari progetti di leggi, procede piuttosto nella direzione contraria, introducendo di fatto, con la Riforma Gelmini, una logica di separazione (per censo, per condizioni svantaggiate, per appartenenza etnica e religiosa) e non di inclusione, tradendo così lo spirito e la lettera della Costituzione.

Noi vogliamo invece la scuola della Costituzione. Vi chiediamo di volerla con noi