Quando nasce, nel 1859, la scuola pubblica italiana non prevede al suo interno alunni con disabilità. E quando finalmente pensa anche a loro, nel 1923, con la riforma Gentile, comunque esclude: quella legge dice che i bambini ciechi o sordi, i ragazzi con disturbi dell’apprendimento, come gli studenti con problemi di condotta o svantaggiati, devono sì frequentare le scuole, ma in istituti a parte o in classi speciali, chiamate differenziali.

Qualcuno nel frattempo ha cercato percorsi diversi, e nei primi del novecento continua a sperimentare. Contro una scuola chiusa, Maria Montessori ne difende una aperta, fatta di maestri specializzati e torri da costruire, fili colorati, cartoncini con le lettere per imparare a scrivere. Augusto Romagnoli, primo cieco ad avere una cattedra nella scuola statale (a Massa, nel 1908), coltiva l’autonomia e le capacità dei bambini ciechi sfruttando gli altri sensi e il gioco, i salti, le corse. Si tratta di realtà all’avanguardia, ma sempre separate. Per Romagnoli, invece, i bambini e le bambine con disabilità dovrebbero apprendere insieme agli altri, che possono aiutarli.

L’integrazione arriva solo negli anni settanta, dopo anni di discussioni e di critiche, e di altre sperimentazioni (lo racconta bene Nessuno escluso, un piccolo libro legato a una mostra fotografica). Occorrono esperienze come quelle di don Milani o di suo fratello Adriano, che a Firenze porta avanti un progetto con un gruppo di giovani insegnanti dei Cemea (Centri di addestramento ai metodi dell’educazione attiva); ricerche, per esempio una del 1970 che dice che il 70 per cento dei bambini inseriti nelle classi differenziali a Ferrara sono figli di braccianti agricoli, manovali o sottoproletari; occupazioni, come quella di un gruppo di studenti ciechi in una scuola a Genova; e la ribellione di genitori che decidono di iscrivere i figli disabili o con difficoltà nelle classi comuni.

A che punto siamo?
Le classi differenziali sono cancellate nel 1977, con una legge che chiarisce quali elementi servono per assicurare a tutti il diritto di imparare insieme: una didattica adattata ai bisogni dell’alunno, il supporto degli insegnanti di sostegno e la collaborazione delle realtà del territorio. Sono gli stessi anni in cui nascono il tempo pieno, i servizi per la prima infanzia, forme diverse per valutare gli studenti.

Poi si aggiungeranno una legge per eliminare le barriere fisiche (porte, marciapiedi senza rampe, bagni troppo stretti), i piani educativi individualizzati, corsi di laurea specifici, progetti del ministero e delle Nazioni Unite, i software e le applicazioni per la didattica, altre leggi.

E ora, dopo una strada così lunga, a che punto siamo? Gli alunni con disabilità in Italia sono poco più di 284mila, cioè il 3,3 per cento degli iscritti totali. Il problema più frequente è la disabilità intellettiva. Un alunno su cinque non è autonomo per spostarsi, mangiare o andare in bagno. Solo una scuola su tre è accessibile a ragazze e ragazzi con disabilità motoria. Spesso gli strumenti ci sono – sedie o banchi progettati per problemi particolari, tastiere speciali, programmi di sintesi vocale, video-ingranditori, software per facilitare l’apprendimento – ma non in classe. Più della metà degli alunni ha cambiato l’insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente.

A marzo, nelle prime settimane di lezioni a distanza, di tanti studenti con disabilità si sono perse le tracce. Qualcuno ha provato a ridurre il danno, e sul tema è intervenuta la ministra Lucia Azzolina. Ma coltivare l’inclusione a distanza non è facile, servono sensibilità, pazienza e una buona dose di creatività, come già in passato nella scuola. Quattro insegnanti di sostegno raccontano questi mesi lontano dai loro studenti.

“La musica ha cominciato a risuonare nei condomini”
Claudia Terranova, liceo musicale, Modica

Non è stata una scelta la didattica a distanza. Ci è piombata addosso, ha stravolto i nostri ritmi, rubato gli sguardi, condannato al silenzio. E il silenzio, per chi come me insegna in un liceo musicale, è la peggiore delle condanne. La quotidianità nella nostra scuola è fatta di suoni, di strumenti che si accordano, di rullate che provengono dall’aula di percussioni. Poi ci sono i laboratori, quelli curriculari di musica d’insieme e quelli creati per vivere l’inclusione.

La chiusura delle scuole ha provocato smarrimento nelle famiglie e ancor di più negli studenti, soprattutto tra quelli che avevano poche risorse emotive per reagire. La cosa essenziale, da subito, è stata continuare a far sentire a ogni studente la presenza della scuola. Come?

Per prima cosa abbiamo pensato agli strumenti informatici e alle connessioni internet. Molti nostri studenti vivono in campagna, nelle stesse aziende agricole dove i genitori lavorano. Abbiamo dato la priorità ai più fragili, ai meno autonomi, riflettendo su quale poteva essere il dispositivo più adatto per ciascuna situazione. E poi era indispensabile avere delle figure adulte di riferimento. Così abbiamo coinvolto zie, cugini, vicini di casa.

(Kouichi Chiba, Getty Images)

Finalmente connessi, abbiamo ricominciato a sentirci, a vederci. Ma era difficile pensare a una didattica inclusiva attraverso uno schermo su cui si alternavano bollini colorati al posto dei volti dei compagni. Fare ore e ore di lezioni frontali in videoconferenza non funziona. Allora ho proposto di ricreare a distanza anche i laboratori: un grande laboratorio di inclusione, con la presenza alternata dei docenti, e gruppi di studenti.

Abbiamo imparato a condividere i file e a lavorare su tutti i fronti: testi, operazioni logiche, musica, podcast, editing di materiale sonoro, usando app online e gratuite. Lavorare insieme è stato fondamentale per le lezioni di “esecuzione ed interpretazione” (lo studio dello strumento) che nei licei musicali sono individuali. Abbiamo condiviso i file degli spartiti su Drive, lo schermo del pc ha sostituito il leggio e la musica ha cominciato a risuonare nei condomini, rispettandone le regole, o nei campi o vicino al mare.

“La tecnologia abbatte delle barriere, ma ne crea di nuove”
Daniela Cavaliere, istituto tecnico, Campobasso

L’urto con la nuova realtà per me non è stato morbido, ma superato quello ho cercato di cogliere tutte le opportunità che la didattica a distanza può offrire, sia come docente sia come referente e operatrice del centro territoriale di supporto (Cts) di Campobasso.

Per chi non li conosce, i Cts sono nati nel 2006 da un progetto del ministero dell’istruzione, e sono una rete che copre tutto il territorio (al momento in Italia ce ne sono un centinaio). Il loro compito è favorire l’inclusione degli studenti con disabilità di ogni tipo attraverso la tecnologia: per esempio, su richiesta delle scuole, acquistano gli strumenti per gli alunni (soprattutto comunicatori, tastiere adattate, trackball, dispositivi touchscreen e stampanti braille). E sono centri di ricerca e sperimentazione didattica.

In questo momento particolare il nostro Cts sta formando le scuole che lo richiedono sulle app per gli studenti con bisogni educativi speciali (che è una categoria molto ampia, comprende i ragazzi che soffrono per esempio di dislessia o di iperattività, quelli con disabilità motorie o cognitive e quelli che mostrano difficoltà legate a fattori socioeconomici o linguistici). C’è da dire che con l’emergenza i centri territoriali non hanno ricevuto fondi aggiuntivi per distribuire dispositivi in comodato d’uso. Ma ci sono le risorse destinate dal ministero in precedenza, e continuiamo a usare quelle per soddisfare le richieste fatte dalle scuole prima della chiusura.

(Kouichi Chiba, Getty Images)

Come insegnante di sostegno sono nella mia classe per 18 ore settimanali, e la cosa che ho notato subito con la chiusura delle scuole è stato il bisogno dei colleghi e dei miei studenti di confrontarsi e di ripristinare una quotidianità.

Una bella scoperta è che questo modo di apprendere mette molti studenti nelle stesse condizioni, li rende uguali. Penso a chi abita lontano dalla scuola e adesso non deve preoccuparsi del lungo tragitto e degli ostacoli fisici per raggiungere la sua aula, o agli studenti per cui era stata attivata la didattica a casa o in ospedale o che per motivi di salute avevano una frequenza irregolare. Ora queste ragazze e ragazzi hanno l’opportunità di stare in contatto con tutto il mondo della scuola e soprattutto con i loro compagni. Le lezioni a distanza insomma abbattono delle barriere. Ma ne creano altre: i nuovi strumenti bloccano totalmente l’interazione fisica, che per alcuni è indispensabile.

Sono convinta che questa forma di insegnamento rappresenti un grande momento di crescita per tutti noi operatori della scuola e sono sicura che affiancherà la didattica in aula anche dopo. Non la sostituirà mai del tutto, però, perché la scuola è aggregazione, socialità, rapporto empatico e questo a distanza non si può ricreare.

“Un insegnante di sostegno è un aiuto per l’intera classe”
Jacopo Bruni, scuola media, Roma

“Jacopo guarda qua”, “Jacopo ma secondo te…”. Di solito erano queste le frasi che mi accoglievano in classe ogni mattina. Ma da tre mesi entro, anzi, accedo, e trovo molte webcam spente, perché gli adolescenti in genere si mostrano controvoglia e tendono a sentirsi inadeguati, figurarsi ora che sono costretti a confrontarsi con qualcosa di completamente inedito.

Chiuse le scuole, l’istituto dove insegno ha attivato la didattica a distanza, con lezioni che rispettassero il più possibile il vecchio orario. Il primo periodo è stato per me molto caotico, provavo a barcamenarmi insieme al docente di materia, ma non sapevo a cosa aggrapparmi. In quella fase sono stato soprattutto un osservatore silenzioso. Guardavo come il mio alunno si comportava nelle singole materie, cercavo di trovare i punti di forza e di debolezza nella lezione per capire se poteva funzionare per lui, e in base a quello distribuire il mio monte ore. Per esempio, lezioni troppo monotone catturano poco l’attenzione, e materiali solo scritti, senza immagini, affaticano la lettura e quindi la comprensione. E poi le consegne o le attività in classe devono essere alla portata di tutti, e se non lo sono bisogna crearne altre apposta che tengano in considerazione le caratteristiche dell’alunno.

A scuola ci sono tanti momenti in cui si parla con ragazze e ragazzi. Questi momenti adesso mancano

È chiaro che tutto questo ha avuto un certo impatto sul rapporto con il mio studente. Per me che ho studiato psicologia, e quindi ho un’abitudine a vivere e valorizzare le emozioni, questo mondo fatto di icone è straniante. Gli strumenti a disposizione sono molti di meno e tante strategie che ormai erano collaudate ora sono inefficaci. Non ci sono più le pause, anche di cinque minuti, che a volte erano un premio per un lavoro fatto bene; non c’è il contatto fisico; la socializzazione passa in secondo piano. A volte è frustrante.

Per fortuna ho colleghi con i quali si è sempre instaurato un bel dialogo, e le loro idee mi hanno motivato a sperimentare modi nuovi e più accattivanti per fare i compiti, a sfruttare meglio certe tecnologie. Ho cominciato a usare Microsoft Forms per preparare esercizi sotto forma di quiz, e per i compiti ho trovato tantissimo materiale online sugli argomenti più diversi, che è stato molto utile non potendo sempre contare su materiale adatto o adattabile. YouTube offre una miriade di canali, e anche semplici costruzioni Lego possono aiutare a far capire certi concetti di geometria.

La maggior parte delle persone crede erroneamente che l’insegnante di sostegno sia assegnato a uno studente. Sì, è vero, se c’è un insegnante di sostegno in classe c’è un alunno o un’alunna che ne ha bisogno, ma il sostegno è alla classe e non al singolo. È qui che sento il mio ruolo educativo come insegnante, e per questo ora sento una grande impotenza. A scuola ci sono tanti momenti – il cambio ora, il tragitto per scendere in cortile, una pausa durante la lezione, la ricreazione – in cui ho modo di parlare un po’ con ragazze e ragazzi, sapere come stanno, cosa fanno e implicitamente ricordargli che della scuola possono fidarsi. Questi momenti sono importanti, e adesso mancano.

“Siamo un ponte tra l’allievo, la sua famiglia e la classe virtuale”
Giampaolo Rossi, liceo linguistico ed economico-sociale, Padova

Gli insegnanti di sostegno hanno una funzione ancora più delicata e fondamentale in questa fase. Fanno da ponte tra l’allievo, la sua famiglia e la classe virtuale.

Io seguo tre allievi. Due fanno riferimento a una programmazione riconducibile in generale al corso di studi e quest’anno svolgeranno l’esame di stato; la terza, un’allieva del primo anno, ha la stessa programmazione della classe. Con loro e le loro famiglie (che hanno un ruolo fondamentale) sono sempre in contatto; inserisco nel registro elettronico contenuti, per esempio schede di sintesi o gli esercizi di matematica e fisica; lavoro con il docente di materia per dare supporto didattico e concordare le verifiche. Chiaramente serve considerare le potenzialità dell’allievo, il contesto particolare, gli interventi e i criteri definiti nel loro piano educativo individualizzato (Pei). E occorre molta flessibilità. La flessibilità caratterizza questo modo di fare scuola.

Una cosa che ho notato è che nelle piattaforme che stiamo usando in questa fase gli studenti con disabilità si sentono davvero parte della classe e più liberi di intervenire durante le lezioni. Anche se hanno una disabilità cognitiva che non gli permette di seguire lo stesso programma della classe, per loro è fondamentale collegarsi via Skype o Zoom, proprio come i compagni, anche se con i loro tempi di attenzione o magari con l’aiuto di un familiare. Lo schermo o un’app, che per altri può essere un intruso accettato controvoglia, per questi ragazzi è una risorsa fondamentale per sentirsi inclusi.

Anche la valutazione, che ora non è semplice, riduce le differenze perché si concentra meno sulle competenze, e più sui progressi fatti, le potenzialità, l’interesse, l’impegno. È però anche vero che questo potrebbe avvantaggiare uno studente meno motivato ma più furbo e non sempre valorizzare e premiare gli allievi più bravi.

Purtroppo con la chiusura della scuola si è interrotto un progetto che coinvolgeva un’allieva dell’ultimo anno con un disturbo dello spettro autistico e che avrebbe dovuto tradursi in un libro di fiabe per i bambini dell’asilo. Il programma rientrava nel cosiddetto Pcto (l’ex alternanza scuola-lavoro) ed era partito due anni fa: ogni giovedì mattina, dalle 8 alle ore 11, la ragazza lo sviluppava con l’insegnante, l’operatore sociosanitario e l’educatrice. Della parte grafica si occupavano gli allievi del corso di grafica di un istituto di Padova. Anche se il progetto è stato interrotto, la studente lo porterà al colloquio di esame.

Fonte: Internazionale